La storia del Cadore - Sito ufficiale del Palio di San Martino in Vigo di Cadore

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La storia del Cadore

Il Palio di S.Martino
Il Centro Cadore - foto di Giannantonio De Donà

Il Cadore, considerato come regione storica, coincide con il territorio geografico dell’alto bacino del Piave; è un territorio che, se da una parte visse isolato e dimenticato, dall’altra, in base al continuo mutare dei rapporti tra la pianura veneta e le regioni della Rienza, rivestì un forte interesse militare ed economico.
L’unità del Cadore, area popolata già in epoche remote (i primi insediamenti stabili risalgono all’età del ferro), potè consolidarsi e formarsi come comunità, in oltre un millennio di storia con il susseguirsi di Euganei, Paleoveneti, Celti "Catubrini", Romani. Quando nel 7 d.C. Augusto divise l’Italia in Regio fece di Aquileia la seconda Roma e il Cadore divenne parte della X Regio, aggregato al municipio romano di Julium Carnicum.

Il dominio romano, con l’erezione di nuovi centri abitati e l’estensione della cittadinanza romana (gens Claudia) alle popolazioni locali, diede un forte impulso economico e sociale che contribuì all’unificazione della regione.
Lo sviluppo urbanistico romano facilitò la formazione di nuovi centri abitati, tra i quali Vigo, dal latino vicus ovvero villaggio.
Con l’insediamento dei Longobardi ci fu un nuovo articolato sviluppo amministrativo delle aree rurali, con la prima vera e propria suddivisione amministrativa che incise pesantemente sulle strutture già esistenti; il territorio del Cadore divenne una sculdascia che comprendeva dieci Dicanie. Nell’età sassone, con la subordinazione della Marca friulana (che comprendeva anche il Cadore) ai Duchi di Carinzia, inizia nella regione una penetrazione di elementi feudali provenienti dal nord. Questo fenomeno cessa solo quando Enrico IV nel 1077 assegna al patriarca di Aquileia, Sigeardo, il dominio politico, oltre al potere spirituale.
Il Patriarca-Principe, come era uso, sub infeuda il Cadore ai Collalto-Colfosco. Nel 1138 il feudo passò ai Da Camino  (Guecello Da Camino figlio di Gabriele e di Matilde di Collalto ha in eredità dallo zìo materno Alberto di Collalto la Curia del Cadore) , che poi acquisiranno in eredità il feudo di Colfosco, la Valmareno e la contea di Zumelle attraverso il matrimonio di Guecellone Da Camino e Sofia di Colfosco, nel 1154. Verso la metà del XII secolo il Cadore diventò un’importante e frequentata via per il traffico commerciale; vi si potevano trovare importanti miniere di ferro e di argento e, dal punto di vista demografico, era in crescente aumento. Nello stesso periodo si può considerare ormai esistente la via d’Alemagna (antica via Sacra) che collegava Treviso con il Brennero e quindi con i paesi tedeschi, passando per il basso Cadore e nella valle d’Ampezzo. Essa ricalcava un tracciato antichissimo d’origine romana che collegava i primi nuclei della pianura con l’antico centro di Lagole. L’altra importante via di comunicazione era quella di collegamento con la Carnia e la pianura friulana attraverso il passo della Mauria (via dei Patriarchi).
La società  cadorina era strettamente legata alla coltivazione delle terre e al compartecipato godimento dei pascoli e dei boschi.
È proprio in questo secolo che la signoria dei Da Camino acquisisce in eredità il Cadore; questa signoria stanziava a Cèneda (antica Castrum, odierna Vittorio Veneto), che fu avamposto militare longobardo sul pedemonte compreso tra il Piave e il Livenza. Essi, infatti, amministrano l’area cadorina direttamente grazie a dei villici e a un podestà e la difendono dai tentativi di penetrazione delle città vicine, inconsapevoli che il loro piccolo unitario stato feudale diventerà la base che permetterà la formazione della comunità cadorina. I Caminesi pur governando queste terre lasciarono ai cadorini una certa libertà, purché gli atti fossero approvati da un loro rappresentante.


Tra il XII e il XIII secolo si avvia un moto di assestamento nella distribuzione dei boschi e dei pascoli, con l’istituzione delle "Regole" (la prima organizzazione amministrativa di villaggio). Gli uomini liberi dei vari villaggi amministrano le proprietà comuni di pascoli e boschi. È esemplare una pergamena del 1186, conservata nella Biblioteca Storica Cadorina di Vigo di Cadore, attestante che le Regole di Arvaglo (Vigo, Laggio, Pelòs e Salagona) permutano l'uso di pascoli e boschi con alcune Regole del Comelico.
Grazie allo statuto dei Caminesi, concesso al Cadore nel 1235, (statuto rurale signorile di Biaquino da Camino) venivano fissati i limiti di competenza delle Regole, alle quali verrà affidata la regolamentazione della vita agricolo-pastorale.
Sotto la signoria dei Da Camino, almeno fino oltre la metà del XIII secolo, in Cadore vi erano persone libere e altre, i servitori, costretti a lavorare determinati beni agricoli e a non muoversi da essi, come prevedeva "la società medievale". Lo apprendiamo da un documento del 18 maggio 1261, nel quale, dividendo i loro beni, i Signori Biaquino e Tolberto da Camino, parlano tra l’altro di una «quarta pars tocius Cadubrii […] cum omnibus servis et ancilis qui et que sunt in Cadubrio et in illa curia tota». "Il Cadore in questo tempo e fino al secolo XIV è in pieno  feudalesimo" (Antonio Ronzon), ovvero, fino alla
fine della Signorìa Caminese nel 1335.

Odorico da Vigo, padre di Ainardo fu podestà di Cadore per conto dei Caminesi dal 1313 all'agosto del 1321. Dopo di lui Guecellone VII da Camino  nominò podestà Guecello da Pozzale che esercitò la funzione dal 1321 al 1326 quindi Rizzardo VI da Camino nominò podestà il fratello Bernardino da Camino che sposò la cadorina Gaia di Nicolò. Così come indicato dalla professoressa Silvana Collodo "la carica podestarile rimane istituzione tipica della regione fino a quando perdurò il dominio dei da Camino. Era di nomina signorile, svincolata da regolari scadenze di avvicendamento e quindi sempre imparentata con i vecchi uffici di gastaldo e di villico; non perse questa impronta nemmeno nel Trecento, quando si era pienamente formato il comune generale di valle. Eppure, nel corso dell’evoluzione, il podestà giunse a conquistare una piena delega di poteri. Dall’unico atto di nomina che ci è giunto , sappiamo che nel 1321 Guecelo da Camino conferì a Guecello da Pozzale, nuovo podestà, il merum et mixtum imperium e la plenaria potestas, esercitabili prout ipse dominus facere posset si omni tempore in dicta sua terra personaliter adesset. Delle origini ibride la carica conservò pure la caratteristica di essere riservata agli uomini di estrazione locale. Unica eccezione è il podestà Bernardino (1328-1335), che era fratello naturale di Rizzardo da Camino.
Ne è efficace testimonianza il passaggio del corpo dei notabili da gruppo misto e non definito nelle funzioni a vero e proprio ceto dirigente.
Podestà, ufficiales (officiali)
di curia ordinati per centenaro e, in seguito, consiglieri del comune generale (Magnifica) pure distribuiti per centenaro provenivano da una rosa di famiglie ricche di terre e di decime. Evidente anche la loro tendenza a farsi aristocrazia. Non è nostra intenzione condurre una puntuale ricerca sull’argomento e basteranno pochi esempi. Alla famiglia di Giovanni, podestà dal 1291 al 1313 e forse, nel 1284, canipario (amministratore) di Gerardo da Camino, pare appartenesse il Giovanni Piloni che col fratello Lorenzo teneva beni a titolo di feudo da Rizzardo da Camino; questo medesimo Giovanni fu procuratore della comunità nella dedizione del Cadore del 1337. Dopo il ricordato Guecello da Pozzale divenne podestà anche suo fratello Rizzardo, che troviamo in carica nel 1338 quando gli statuti comunitari furono sottoposti a riforma. Pure da Pozzale, ma rimane da identificare la famiglia, fu Gaia moglie di Bernardino da Camino. Personaggi di tutto rilievo furono Odorico da Vigo, podestà dal 1313 al 1321, e suo figlio Ainardo che fu tra i riformatori del 1338; a lui si deve la fondazione con diritto di patronato della chiesa di S. Orsola di Vigo. E per concludere ricordiamo i Palatini, i Costantini, i Vecellio, i cui nomi ricorrono fra i consiglieri del comune (Magnifica comunità) avanzando in età moderna.
Nel 1329 Rizzardo VI investì alcuni feudi della contrada ai cadorini Lorenzo e Giovanni Piloni. Questo fatto determinò la presenza, nel 1333, di un rappresentante del Cadore in seno al parlamento della patria del Friuli. Da semplice uditore, il rappresentante cadorino si evolse in portavoce dei problemi della comunità. Nel settembre 1335, Rizzardo VI morì, senza eredi maschi, lasciando due figlie sotto la tutela della madre Verde della Scala, incinta della terza figlia. Per la legge salica e per le pressioni esercitate dal fratello Mastino II della Scala, si dovette attendere la nascita del terzo figlio, se fosse stato maschio la dinastia con i diritti feudali sarebbe continuata.  Così nel 1337 il vescovo Ramponi di Ceneda si riappropriò dei feudi pedemontani dei Da Camino e concesse a Venezia il contado di Serravalle. È pensabile che anche il Cadore aspirasse ad approfittare della situazione. Intimorito però dalla potenza lagunare, la comunità del Cadore decise, divenendo di fatto unione politica, di rimanere fedele alle Caminesi. La vedova di Rizzardo sostituì il podestà con un vicarius Cadubrii, che governava in sua vece. Sempre nel 1337 una potente lega contro gli Scaligeri offrì opportunità ai fratelli Carlo di Lussemburgo duca di Moravia e Giovanni Enrico duca di Carinzia e conte del Tirolo di annettersi Belluno e Feltre, ottenendo il consenso delle popolazioni locali. Anche le Caminesi ne chiesero la protezione, incaricando Giovanni Piloni delle trattative. Il medesimo fu contemporaneamente investito dai rappresentanti del Cadore, riunitisi in consesso, dell'incarico di sindacus et procurator et nuntius specialis Communis et Universitatis terrae Cadubrii. Il titolo non lascia dubbi: si potrebbe trattare infatti del primo atto di rappresentanza politica della Magnifica Comunità di Cadore. Il Piloni seppe destreggiarsi e ottenne protezione per le Caminesi e per il Cadore. Frattanto nel 1338 il Cadore si dotò di propri Statuti
. Il protettorato tedesco si mantenne fino al 1347 quando il patriarca Bertrando venuto con le truppe  in Cadore per rivendicare quei territori li riottenne da Carlo, divenuto nel frattempo imperatore del Sacro Romano Impero, al quale aveva prestato aiuto nei suoi continui confronti con Ludovico il Bavaro. Anche i cadorini diedero il loro consenso ed ottennero in cambio dal patriarca, signore del Cadore, di poter esercitare l’autonomia e applicare gli Statuti Cadorini. Da qui per il Cadore finisce la fase "feudale" e inizia la fase "comunale" contraddistinta dalle maggiori libertà connesse.

Il contesto generale e d’area è particolarmente complesso. Il papato è ancora ad Avignone. Papa Giovanni XXII (francese) nomina Bertrando de Saint Geniès (francese) patriarca di Aquileia nel 1334 dopo due anni di vacanza della sede. Frattanto Rizzardo da Camino aveva occupato alcuni castelli patriarchini e Bertrando nel 1335 gli muove battaglia. Rizzardo viene ferito gravemente e di lì a poco morirà senza eredi maschi.

Nel vicino Tirolo muore il conte Enrico senza figli maschi. La figlia Margherita Maultasch poco prima aveva sposato Giovanni Enrico di Lussemburgo e i due diventano i nuovi conti. Nel 1341 Margherita ripudia Giovanni Enrico e sposa Ludwig di Brandeburgo figlio dell’imperatore Ludovico il Bavaro. I due vengono scomunicati dal papa insieme all’imperatore e la Chiesa parteggia per Carlo di Lussemburgo che sarà eletto, qualche anno dopo, antimperatore. Per tutelare gli interessi di Giovanni Enrico, Carlo e lo stesso fratello muovono battaglia in Tirolo penetrando in una buona parte di territorio ma senza conquistare il castello occupato da Margherita. Il tentativo non avrà successo e Carlo si ritirerà. Cosa dire del Cadore. Dopo il 1341 passerà sotto l’influenza di Ludwig e Margherita (Capitano di Cadore fu il tirolese Konrad Pranger di Villandro) fino al maggio 1347 quando le truppe del patriarca arriveranno a Pieve. Il primo Capitano nominato dal patriarca fu il friulano Ettore Savorgnano. La nomina del Capitano era da Signorìa (Patriarcato; Repubblica di San Marco), eseguiva le delibere del Consiglio della Magnifica Comunità e applicava le sentenze del Vicario di Cadore. Assisteva alle riunioni del Consiglio ma non aveva diritto di voto; la sua presenza, però, garantiva che non si deliberassero cose contrarie alla Signorìa e manteneva l'ordine grazie ad una guardia a lui sottoposta. Il Vicario di Cadore era la carica più importante quale rappresentante ed interprete della legge.

Vanno segnalati due eventi calamitosi. Il
25 gennaio 1348, venerdì di sera, un fortissimo terremoto recò grandi rovine nel Friuli, nella Carnia e nella Carinzia. Anche il Cadore risentì danni ingenti, rovinò il Castello di Bottestagno, il monte Antelao dirupò colpendo nuclei abitati in Val Boite, franò anche la montagna dall'Aiarnola alla croda di Campo e di Tacco e le macerie colpirono in parte la villa di Padola, ostruirono il torrente omonimo e risalirono, oltrepassandolo, Dosoledo. Padola venne danneggiata nei casolari a sud, nella zona detta poi di Masariò, ossia delle macerie .
Nel 1348 iniziano i focolai di peste nelle città italiane. Firenze perderà il cinquanta per cento degli abitanti. La pandemia si estenderà in tutta Europa e mieterà un numero consistente di vittime. Colpì di sicuro il Friuli e la Carnia.  L’Europa perderà circa venti-venticinque milioni di abitanti, un terzo del totale.

Nel 1420 la Repubblica di Venezia pose fine al potere temporale dei patriarchi.
L’anno 1420 fu importante nella storia del Cadore e del Comelico: in luglio il Cadore, crollato il potere temporale dei Patriarchi di Aquileia, su invito del doge Tomaso Mocenigo, si diede in braccio alla Repubblica di Venezia. I Cadorini chiesero di essere svincolati dal giuramento di fedeltà ai Patriarchi, quindi si radunarono, assistettero alla Messa dello Spirito Santo nella chiesa di Valle e poi votarono la dedizione del Cadore a Venezia al grido di “Eamus ad bonos Venetos”.
Il
31 luglio 1420 si presentarono al Doge Tomaso Mocenigo a Venezia, Nicolò Palatini di Pieve, Antonio Barnabò di Vallesella, Antonio di Venas e Bartolomeo di Sala quali rappresentanti del Cadore per l’atto di dedizione. Il doge concesse tra l’altro ai cadorini: esenzione da ogni gravezza, imposizione od angheria; non essere chiamati alle armi fuori del Cadore, per nessuna causa, neanche se pagati; avere un buon capitano, con un buon vicario dottore in leggi: potranno scegliersi il capitano e il vicario tra i sudditi della Repubblica e di gradimento dei cadorini; la Comunità può fare statuti, purchè non contrari allo Stato e potrà correggere, rifare, abolire gli statuti fatti; siano osservate e custodite illese le giurisdizioni, immunità e libertà del Cadore; conservati tutti i diritti e privilegi concessi dai Patriarchi di Aquileia; concessione di uno stazio di legname a S. Francesco della Vigna a Venezia.



Fatti d’arme interessarono il Cadore nel 1508 quando le truppe dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo lo invasero. La battaglia di Cadore, immortalata da una grande tela di Tiziano andata distrutta, si concluse con la disfatta delle milizie tedesche presso Rusecco da parte del condottiero veneziano Bartolomeo d’Alviano. La guerra della Lega di Cambrai contro la Serenissima si concluse nel 1511; a seguito di quegli eventi l’Ampezzano fu annesso al Tirolo.

Nel
1797 Napoleone pose fine alla Repubblica di San Marco. Il Cadore dopo i trattati di Campoformido venne ceduto all'Impero Austriaco. Tra il 1806 e il 1814 fece parte del Regno Italico con il Vicerè Eugenio di Beauharnais. Dopo la restaurazione ritornò all'Austria e fu annesso al regno Lombardo-Veneto. Nel 1848 partecipò attivamente al Risorgimento sotto la guida di Pier Fortunato Calvi. Nel 1866 passò al regno d'Italia in seguito alla III Guerra d'Indipendenza.
I successivi passaggi sono parte della storia recente d'Italia e d’Europa.

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