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Gli arcieri

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Nel corso dei secoli l’uomo ha sviluppato svariati tipi di arco, le cui caratteristiche tecniche ne dettavano l’utilizzo. In particolare nell’epoca medievale si sono visti sui campi di battaglia archi di diversa origine, di svariate forme e per impieghi diversi dettati dalle strategie militari del singolo esercito. I più famosi e diffusi sono l’Arco Unno o Ungaro, l’Arco Mongolo e l’Arco Lungo o Longbow. L’Arco Unno è un arco asimmetrico, composito e riflesso. L’asimmetria dei flettenti, quello superiore più lungo di quello inferiore, permetteva all’arciere di utilizzare l’arco stando in sella al cavallo e di farlo passare da un lato all’altro del collo o del dorso dell’animale con facilità. Lo svantaggio era una scarsa precisione di tiro. Gli Unni, si dice, vivessero in groppa al proprio cavallo. di giorno e di notte. Con quest’arma gli Unni sconfissero facilmente le popolazioni germaniche dell’Europa centrale. I popoli provenienti dall’attuale Ungheria migliorarono quest’arma rendendo l’arco simmetrico. Per tirare da cavallo erano però obbligati ad alzarsi sulle staffe. L’arco Mongolo è forse quello più diffuso tra le popolazioni asiatiche, comprese quelle del Medio Oriente, Arabi e Turchi. Si tratta di un arco ricurvo costruito con materiale composito in corno di stambecco o bufalo indiano, tendine, legno di betulla e bambolo. Le popolazioni mongole grazie alla cavalleria leggera dotata di arco furono in grado di sbaragliare la resistenza di molti popoli che incontrarono lungo il cammino della conquista verso l’Ovest. L’arco asiatico fu poi utilizzato da diversi altri popoli, in particolare dagli Arabi che, grazie anche alla tattica di attacchi improvvisi e veloci, diedero molto fastidio alle schiere di soldati Franchi durante le Guerre in Terra Santa. L’arco lungo o Longbow è quello che più rappresenta l’arciere europeo del Medioevo. E’ l’arco, per intenderci, di Robin Hood, utilizzato dai temuti arcieri inglesi capaci di sbaragliare la più forte cavalleria medievale, quella francese. E’ questo l’arco usato dagli Arcieri del Palio di San Martino, i Sagittarii Sancti Martini. Il Longbow è un arco monolitico realizzato da un’unica doga di legno con particolari doti di elasticità e di resistenza alla compressione e molto lungo. La sua caratteristica principale, che lo differenzia dalle altre tipologie di arco, è proprio la lunghezza. Dai reperti storici (famosi quelli della Mary Rose del 1545) e dalle numerose citazioni delle cronache dell’epoca, si può affermare che la lunghezza variava dai 5 ai 6 piedi (circa 150-180 cm). Il gruppo Sagittari Sancti Martini utilizza archi lunghi 6 piedi, 180cm. La forma che i Mastri Arcai davano alla doga durante la lavorazione era una particolare sezione a D. L’arco era più spesso al centro per l’impugnatura e si assottigliava sui flettenti verso le punte. La forza di trazione sviluppata da questi archi era tra le 60 e le 100 libbre (27-45 kg.), a volte anche di più. Con le frecce utilizzate in guerra si arrivava ad una gittata di oltre 300 metri, gli effetti in campo di battaglia erano devastanti. Ogni arciere era in grado di scoccare 10 frecce al minuto e i fanti o la cavalleria avversaria si trovavano letteralmente sotto una pioggia di frecce tanto da essere decimati ancora prima di avere un contatto fisico con l'avversario.


I legni più pregiati per la costruzione di archi monolitici sono senza dubbio il tasso, il maggiociondolo, l’olmo, il corniolo e anche il nocciolo, essenze tipiche del Nord Italia e dell’Europa centrale. Tutte queste tipologie di legno danno ottime prestazioni di resistenza, durevolezza ed elasticità. Il taglio deve essere realizzato in inverno, possibilmente nella prima metà del mese di Febbraio e soprattutto a luna nuova. Queste precauzioni non vengono da riti o credenze ancestrali, ma da motivazioni meccaniche e botaniche. E’ infatti opportuno che al momento del taglio la pianta sia il più possibile a riposo ed è proprio nel periodo dell’anno indicato che l’attività botanica dell’albero (in particolare quella della linfa) è al livello più basso. E’ buona norma tenere il legno sempre ingrassato, era infatti in uso la cera d'api, per preservarne l’umidità e prolungarne la vita.
Altro componente fondamentale di un arco è la corda. Nel Medioevo le corde erano realizzate in materiali naturali: fibre animali o vegetali. Le prime erano utilizzate fin dalla preistoria e nell’antichità ed erano ricavate sostanzialmente dalla pelle e dai tendini di animali di grossa taglia. Anche il crine di cavallo e la seta erano impiegati, in particolare in Asia, per la realizzazione di corde d’arco. Le fibre vegetali erano senz’altro le più diffuse in epoca medievale ed in Europa. Fili di canapa e lino venivano attorcigliati in vari trefoli fino a formare una corda del diametro richiesto. Il fissaggio sui flettenti veniva realizzato con nodi scorsoi o asole su tacche realizzate nel legno o in puntali di corno.
Le frecce erano realizzate con aste di legno del diametro di circa 8-10 millimetri, mentre la lunghezza dipendeva dall’arciere o, meglio, dal suo allungo, cioè l’apertura delle braccia al momento della massima tensione dell’arco. Nel caso, invece, di arsenali militari, si realizzavano frecce sufficientemente lunghe per tutti gli arcieri di circa 30 pollici o 76 cm. L’impennaggio era realizzato con tre penne di volatile, il più famoso certamente l’oca grigia o bianca. I Saggittarii Sancti Martini usano frecce in legno di cedro da 28 o 30 pollici con impennaggi naturali d'oca variopinti secondo l'intenzione del singolo arciere. Le penne avevano una lunghezza fino a 15 cm in modo da stabilizzare il volo della freccia nei tiri a parabola ed erano fissate sull’asta tramite pece o altre colle naturali ed una legatura a spirale. Le punte, la vera arma letale per gli avversari, erano di varie forme a seconda della necessità. In battaglia era molto usata la quadrella, una particolare punta metallica battuta nei quattro lati per ricavarne una punta. Contrariamente a quanto molto spesso si mostra nei film storici la punta barbuta, la più classica nell'immaginario collettivo di una punta da freccia, era scarsamente usata. Armature e cotte di maglia erano assolutamente impotenti nei confronti della punta a quadrella. Le punte classiche con barbigli erano usate prettamente nella caccia in quanto provocavano ferite profonde e laceranti. Una curiosità: sulle tavole imbandite per i banchetti dei nobili, si usava presentare i volatili di piccola taglia intatti completi di penne, come fossero ancora vivi. Per i cacciatori era quindi necessario cercare di lacerare il meno possibile l’animale al momento dell’abbattimento. Si utilizzavano pertanto particolari archi a palla, che funzionavano sul principio della fionda scagliando semplici palline di terra cotta o ferro, abbattendo l’animale senza danneggiarne l’aspetto esteriore. L’accessorio più diffuso, ma non sempre indispensabile, era la faretra per trasportare le frecce. Anche in questo caso esistevano versioni diverse a secondo dell’utilizzo. Durante le battute di caccia si utilizzavano faretre in pelle morbida, in genere di forma cilindrica, aperte in alto, a volte con una leggera intelaiatura in legno. Era spesso legata alla cintura sul fianco. Contrariamente all'immaginario collettivo raramente veniva portata a spalla. In guerra si utilizzavano, invece, sacche in tela legate alla cintola, più lunghe delle frecce e chiuse con un legaccio. In questo modo durante gli spostamenti, a volte effettuati di corsa e superando ostacoli, non si rischiava di lasciar cadere le frecce. Al momento della battaglie le frecce, in genere a gruppi di 24, venivano infilzate con la punta nel terreno oppure infilate nella cintura sulla schiena. Da qui il detto inglese “ho 24 Scozzesi morti nella cintura”: uno per ogni freccia.


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